9 dicembre 2011

G - Dalla A alla Z, un vocabolario per il 2011


Dopo una pausa di qualche giorno siamo tornati con Dalla A alla Z, il viaggio di uRadio alla scoperta della musica del 2011. Tocca alla lettera G, che più delle altre volte porta con sé un'altissima concentrazione di dischi grandiosi, non perdeteveli! Buona lettura e buon ascolto!



Noel Gallagher's High Flying Birds
Noel Gallagher

Già alla lettera B di Beady Eye abbiamo steso il nostro velo pietoso sul progetto del Gallagher minore, Liam, che pur tenendosi la quasi totalità dei membri degli Oasis ha tirato fuori un lavoro a tratti imbarazzante. Tutto ciò va a sottolineare il come gran parte di quello che fu il successo degli Oasis fosse dovuto perlopiù al maggiore dei fratelli, Noel. E proprio Noel Gallagher's High Flying Birds è il nome sia del suo progetto che quello della prima pubblicazione della band: ispiratissimo nella scrittura, Noel dà ai posteri un album senza veri giri a vuoto e con molte sfumature dal punto di vista degli arrangiamenti.
Intendiamoci, qua non c'è nulla di troppo lontano dall'esperienza Oasis, i vecchi fan si troveranno completamente a loro agio, semmai ciò che c'è di notevole è proprio la qualità delle composizioni, immediate e semplici come sempre ma evidentemente sentite da Noel finalmente sue, quasi fossero dei pezzi lasciati da parte da tempo per poter funzionare ora e adesso, in qusta pubblicazione solista. Un album "della Madonna", fra i più belli dell'anno e simbolo di un brit pop che non vuole proprio morire... E a ben vedere, un brit pop così chi mai potrebbe volerlo vedere morto?






Eye Contact
Gang Gang Dance

Gli album capitali sono quasi sempre distruttivi, quasi sempre spazzano via ciò che gli sta intorno. Accadde così che Loveless dei My Bloody Valentine saturò lo shoegaze, sgretolandolo, o che Kid A dei Radiohead spazzò via l'intera musica pop degli anni '90 riportandoci tutti al revival degli Ottanta. Accade poi talvolta che alcuni di questi album abbiano in sé, oltre alla forza disgregante delle certezze precedenti, tutte le basi per creare qualcosa di nuovo: l'esordio di James Blake (qui la nostra recensione, qui alla lettera B), proprio quest'anno, ha visto fiorire intorno a sé una moltitudine di progetti interessantissimi. Non abbiamo la palla di cristallo, ma sentiamo di poter scommettere che, in futuro, Eye Contact dei Gang Gang Dance verrà considerato uno tra gli album più radicali di questo 2011, capace di polverizzare - forse e finalmente - proprio quel revival '80 che dicevamo prima, suggerendo però una strada nuova, di compromesso tra due mondi antitetici quali il pop e la musica progressiva: perché pop sono le frasi musicali che caratterizzano i brani, ma prog è il loro sviluppo in movimenti che si intrecciano tra loro. Il risultato è un'opera sintetica che scandaglia territori che neanche i The Knife più ispirati avevano indagato: un disco tra oriente e dancefloor - oltre alla suite Glass Jar, qua sotto, vi consiglio la travolgente MindKilla, tanto per capire gli estremi dei confini entro cui ci troviamo - che vi allucinerà facendovi scuotere inesorabilmente le terga e che rappresenta l'agognato superamento degli anni Ottanta che stavamo aspettando da anni. In un certo senso: il futuro.






Logo di Google Music
Google Music e tutti gli altri

In principio fu Napster, ora definitivamente smantellato e accorpato a Rhapsody: il suo avvento al tempo ebbe l'impatto di un cataclisma, ma oggi possiamo dire che fu solo l'inizio di una scossa tellurica che ancora non si è fermata. Quello della discografia, da macchinona immobile quale era, è diventato da allora un mondo fluido e in continuo movimento, caratterizzato dagli esperimenti più vari delle major per incalanare i desideri degli utenti in una via che possa ancora prevedere un profitto per loro. L'iTunes Store è stato oggettivamente una delle più grosse trovate degli ultimi anni, ma non è più una novità: da una parte Amazon ha aperto un suo music store - per ora attivo solo negli Stati Uniti -, dall'altra si sta sviluppando un nuovo tipo di fruizione che non prevede la proprietà del materiale da parte dell'utente e che è garantita dalle entrate pubblicitarie. Stiamo parlando di sistemi che sanno molto di un'evoluzione del concetto alla base di Last.fm e che rispondono al nome di Google Music e Spotify: entrambi non sono ancora disponibili ufficialmente in Italia, ma con qualche trucchetto reperibile su internet potrete provare l'esperienza che propongono, cosa che vi suggeriamo di fare visto che con ogni probabilità saranno i futuri colossi del settore. Google Music, aperto da poco, prevede che l'utente possa caricare le sue tracce in modo da poterne fruire ovunque egli si trovi, mentre Spotify non necessita di questo accorgimento e avendo l'enorme vantaggio di avere un accordo di collaborazione con Facebook per sviluppare questo tipo di servizio. In tutto questo non vanno dimenticati poi la Apple, che con il lancio di iCloud prevede, tra le altre cose, di fornire un servizio simile, e l'ottimo Grooveshark, anch'esso vicino all'idea di Spotify. Che la guerra abbia inizio...

Schermata utente di Google Music. Pensate di poterci fare l'abitudine?




The Fall
Gorillaz

Ok, il risultato non sarà poi eccellente, ma The Fall alla fine è un esperimento, no? Per chi non lo sapesse Damon Albarn, genietto dei Gorillaz, ha infatti confezionato l'ultimo album utilizzando esclusivamente un iPad e le relative applicazioni. Non una provocazione, ma una sincera investigazione sulle potenzialità espressive di un mezzo che, francamente, non si pensava che ne avesse di così spiccate. Sì perché, come già detto, The Fall è molto lontano dall'essere un lavoro che segnerà la storia, ma ha una sua estetica ben precisa, una poesia se vogliamo: i suoni freddissimi e puliti all'inverosimile che caratterizzano questo lavoro, innervati dal talento smisurato di Albarn, suonano sì algidi, ma anche colti, con qualcosa da dire, un'elegia elettropop. E in questa narrazione dal sapore noir la macchinetta della Mela sembra voler dire: "Ehi, non sarò uno studio di registrazione, ma nel mio piccolo qualcosina lo so fare pure io!".






Reality and Fantasy
Raphael Gualazzi

Trent'anni, grandi basette, un fisico che ricorda la buona tavola e un talento inaspettato, virtuoso al piano come pochi, nato in provincia, ma dal sapore internazionale. Questo è Raphael Gualazzi, nuova stella del jazz italiano.
Scoperto da Caterina Caselli, debutta nei più importanti jazzclub italiani e francesi. La sua bravura lo porta a San Remo dove stravince la categoria giovani, facendo tornare quell'anima jazz nel concorso sanremese.
Nello stesso festival Raphael Gualazzi con Follia d'amore ha vinto il premio della critica "Mia Martini", attribuito dalle testate accreditate in sala stampa. Gualazzi ha ottenuto 67 voti su 108, un plebiscito.
Viene anche scelto come rappresentante dell'Italia (che era assente dal 1997) all'Eurovision Song Contest 2011, tenuto il 10, 12 e 14 maggio 2011 a Düsseldorf, in Germania, dove vede Gualazzi partecipare con una versione in lingua inglese di Follia d'amore, intitolata Madness of Love; il brano gli vale il 2º posto in classifica nella manifestazione e la vittoria del Premio della giuria tecnica della stessa manifestazione, alle spalle solamente dei vincitori dell'Azerbaigian.
La facilità con cui passa dall'italiano all'inglese è alla base del suo album Reality and Fantasy che è composto da 3 canzoni in italiano, 12 in inglese e 1 strumentale.
Questo è il jazz che ritorna prepotente nei nostri scaffali.

(per questo contributo si ringrazia sentitamente Francesco Tarantino!)






Arabian Horse
GusGus

Ammetto, loro prima di qualche mese fa proprio non li conoscevo... Eppure sono in giro da molto tempo: i GusGus sono un collettivo islandese che esiste dal 1995 e che ha cambiato spessissimo line-up, eccetto che per le presenze fisse di Stephan Stephensen Birgir Þórarinsson - no, non mi chiedete come si legge la lettera Þ! -. Da sempre in bilico tra house e techno ma con una strizzata d'occhio agli stilemi progressivi e alle glaciali sonorità nordiche, nel 2011 hanno dato alle stampe questo Arabian Horse che continua con grande eleganza e imprevedibilità su questa linea e che di sicuro rappresenta una delle migliori uscite elettroniche dell'anno. Ma aldilà del bell'album preso nella sua interezza, da avere, chi scrive questo paragrafetto aveva soprattutto l'intenzione di segnalarvi il pezzo qua sotto, Selfoss, traccia che apre il disco e che ne è il suo capolavoro: preparate le cuffie - vi serviranno per godere appieno dei bei suoni, fidatevi! - e abbandonatevi a questo tuonare in lontananza, che pare non giungere mai e che dopo un gentile e dilatato attorcigliamento dei synth monta e deflagra di magniloquenza quando meno ve lo aspettate, disturbandovi anche un po' se avete alzato troppo il volume. La chiusura folk, poi, è tanto bizzarra quanto impagabile. Una pietra miliare di dinamica e progressione, ascoltatela con una certa deferenza.





Grandissimo post quello di oggi! Vi aspettiamo prestissimo con la lettera F! Ciao!
Clicca sulle lettere per leggere tutte le puntate via via che escono!

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